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Porto di Valle

Porto di Valle

É rotolata giù da chissà dove, Codera. É rotolata incastrandosi nella sua valle dai tanti scalini, le poche pretese e la forte Resistenza.

Arroccando le poche case sul versante, sembra allungare il collo per  specchiarsi nel lago o cercare una via d’uscita tra i vecchi castagni, senza però volersene andare davvero. Se è vero – come non penso sia – che ogni cosa è tanto più preziosa quanto rara, dai francobolli alle persone, i sette abitanti di Codera sono pepite d’oro in carne, ossa e scure in mano. Dal suolo di Marte al senso dell’Aldiqua, vale lo stesso anche per ciò che riteniamo quasi irraggiungibile? Codera allora è un pozzo d’acqua nel Sahara, una delle poche valli non raggiungibile dai mezzi se non dalle proprie gambe, che è bene siano intere.

Non ricordo cosa stesse facendo il raro esemplare di coderese con cui parlai lo scorso autunno. Ne pescai un saluto accennato da un paio di occhi a biglia, tra le sopracciglia folte, appendici d’un sorriso a foglia. La barba bianca e lunga quel che bastava per farsi accarezzare con soddisfazione dalle mani callose. Credo stesse fumando in attesa delle domande d’un forestiero qualsiasi – Per il rifugio Brasca di qua? No di qua. Ah! – ma non ricordo davvero. Cogliere e ricordare le sfumature emotive di una situazione, perdendone completamente il significato logico-lineare, é da sempre la mia tazza di tè.

Lavoro allora a ritroso, ravanando nella logica che inseguo con voli pindarici, perdendomi tra le raffiche dell’immaginazione. Perché vedo Berto fuori dalla sua casa di sasso preparare l’attrezzatura da pesca pesante? Sbobina lenze lunghe chilometri e monta piombi piatti che sanno di non poter toccare il fondale. Il mare a fondovalle mi pare fosse agitato ma non per questo più profondo del solito. Ottobre schiaccia a terra i cacciatori di castagne, costringendoli a inchinarsi d’innanzi gli alberi secolari, ma sono due gabbiani urlanti ad alzare il mio sguardo: sorvolano il paese e si tuffano nel torrente in cerca di vaironi e trote timide, nascoste tra le vene di granito che spingono l’acqua a valle. Berto ha diluito nel tempo il suo accento genovese, spazzato via dalla brezza di monte, portando a Codera un po’ di brezza di mare; sono ormai vent’anni che ha lasciato alle spalle il porto e le sue gru giraffe. Gli schiaffi delle onde sulla faccia delle sue giornate hanno finito per tramortirlo a terra, portandolo al largo da chi, ogni sera, era lì ad aspettarlo ancoràto al porto. Parlo con Berto della funicolare che da Novate porta cibo e caffè in paese, perdendomi ancora nella logica pratica della meccanica e fantasticando sulla possibilità di addomesticare una squadra di fagiani da riporto. Dice che la vita in mare aperto è pressoché la stessa di quella in una valle chiusa, anche qui i compagni di viaggio hanno la pelle scottata dal sole più vicino, dondolati dalle frasche di castagno e immersi negli inverni silenziosi. Berto prende in mano l’ultimo tronco del montone di legna, lo posiziona in equilibrio su di un ciocco di castagno ed ecco che mi salta in mente cosa stesse facendo quando lo incontrai: stava tagliando a pezzi fini il suo passato da onde grosse, rendendolo più facile da bruciare e dimenticare, al chiaro del suo tepore. Lo penso seduto nella sua casa che sembra una cambusa ad alimentare la stufa e aprire un tonno in scatola senza scadenza, assaporando con la punta della lingua il bruciore di una lacrima salata come il mar ligure.

Chiudo gli occhi e sono a Nusfjord, a picco tra i fiordi delle Isole Lofoten, dove incontro Michele seduto sui tavoli del porticciolo che, come Berto, arriccia una barba bianca lunga il giusto da soddisfare le mani che la accarezzano. Ha voglia di gesticolare e parlare italiano, io di fermarmi ed ascoltare la sua storia norvegese. Come per lo stoccafisso, il vento e la salsedine hanno cambiato le sue sorti, donandogli una vita così saporita da non essere adatta a tutti i palati. Appeso anche lui come un merluzzo all’estremo di quest’isola, il vento l’ha fatto ballare dalle montagne piemontesi ai mari del nord, da Oslo alle Isole Lofoten. Il vento s’è poi calmato ed il ballo frenetico ha lasciato il passo ad un lento, un’esistenza essenziale che lui definisce anarchica e socialista, asciutta e secca. Seduto sulla panchina del porto, Michele chiude gli occhi ed apre a ventaglio ogni millimetro quadrato di pelle, cercando di pescare ogni raggio di sole nella rete della sua faccia bianca. Raro è prezioso e Michele è un ladro di soli.

Apro gli occhi e sono a Codera, immerso nell’autunno dei capelli ricci dei suoi castagni, camminando in direzione rifugio Brasca e Passo dell’Oro.

Li chiudo e sono sulle Isole Lofoten, ad attendere Michele con il merluzzo fresco che vuole regalarmi. Avendo pescato una vita nelle profondità dei suoi mari, quando può liberarsi di un peso che contiene ne è ben contento, ed io pure di farmene carico.

Li apro e sono sul sentiero di ritorno dal Brasca, ripasso davanti alla casa di Berto e vedo il camino sbuffare come un battello in alto mare, lo immagino davanti al timone della sua cucina attraccare al molo, scendere e liberare dalle corde grosse chi lo aspettava paziente ancorato al porto. Fuori da casa sua la legna è impilata con la giusta cura, i ciocchi della stessa dimensione e le loro facce disposte in pari, così che tutti possano avere la stessa probabilità di venire scelti per alimentare la stufa della malinconia. Tutto così in ordine ed equilibrato da far apparire tutt’intorno da sistemare, confuso come un porto di mare. Apro e chiudo gli occhi: sanno di sale.

Comments

  • marco
    9 Novembre 2021

    grande Paolo
    Codera è una gemma nelle montagne della Lombardia.
    anche il suo passato di resistenza grazie agli scout delle aquile randage che hanno salvato persone dal fascismo è la ciliegina sulla torta di una valle che dire magica è dire poco.

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