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Profumo di galassia

Profumo di galassia

[Stesura di un racconto breve in tre atti, per un massimo di tre cartelle, sulla base dalla foto di Gregory Crewdson allegata]

Sdraiata sul tappeto, Desirè aveva smesso di respirare da parecchio tempo. Dopo aver mangiato quello che la madre le aveva pregato a bassa voce di mangiare, si era messa a leggere un libro di pianeti davvero troppo lontani da poterle interessare davvero. Era il regalo di un tale, una persona davvero troppo lontana da poterlo chiamare padre. Iniziò prima a sbadigliare profondamente, poi a farfugliare frasi masticate male ed infine chiuse lentamente il sipario degli occhi. Si addormentò con la mano destra sotto la testa a farle da cuscino, senza nessuna sveglia puntata. Seduto sul divano Damiano roteava il bicchiere di ghiaccio e tonica, guardando la figlia attraverso il vetro opaco. La vedeva ballare una danza snodata e seguire a tratti la scia delle gocce correre sul vetro; un’alga sdraiata sul fondale, in balia della corrente.

Come ogni sera, Marta – la moglie – aveva cenato in vestaglia, da sola e senza rivolgergli una parola. Si era riempita un calice di vino rosso fino all’orlo e facendolo strabordare non poco, si sdraiò sul divano come un naufrago esausto sulla zattera. Finito il vino aprì con fatica una confezione bianca di compresse poco rassicuranti, riempì lo stesso bicchiere di Whiskey ed ingerì tre pastiglie, una prima di ogni sorso. Erano quelle avanzate dalla zuppa di antidepressivi, farro e lenticchie bio data alla figlia.

Damiano la guardava in silenzio, senza mai distogliere lo sguardo dalle sue movenze assenti, dalla sua forma senza spirito. Il suo sguardo era quello opaco dei cani anziani, che stanchi si affidano a sensi più affidabili, come l’olfatto e il gusto. Fiori freschi ed erbe aromatiche al naso, noce moscata e cannella alla bocca. Ma Damiano non sapeva andare oltre gli sguardi degli esseri umani ed anche sua moglie, dal binocolo di ghiaccio e tonica, sembrava muoversi in una danza disossata; una sirenetta adagiata sul fondo di uno stagno di pessimo Bourbon.

***

Era affascinato dagli abitanti di quel pianeta blu. Con l’ammirazione adorante di chi percepisce ma non coglie appieno, Damiano li scrutava dall’angolo buio della sua galassia. Il suo occhio di bue intergalattico perforava il tempo, tagliava lo spazio e ricuciva attimi di quotidianità terrestre, che ammirava con la scintilla preziosa della meraviglia. Anche se non si può dire certo che li osservasse a bocca aperta; nel suo Pianeta infatti, lo stupore non era contemplato, così come le bocche spalancate che lo contengono. Niente disorientamenti, dubbi o cambi di direzione, nulla di inatteso o che potesse sbalordire i suoi abitanti. Tutto ruotava intorno al Grande Orologio, che scandiva il tempo e regolava con sincronia assoluta ogni singolo movimento, ogni comunicazione, ogni relazione interstellare. Il futuro era la semplice e logica conseguenza dell’attesa ed i sogni nulla che riguardasse i desidèri.

Erano vite irrazionali, costruite e distrutte senza certezze, le loro. Tanto che a Damiano  parevano sfere impazzite, ignare delle regole del gioco, rinchiuse nel loro mondo-flipper. Eppure, quando li osservava dimenarsi, vedeva brillare nei loro occhi una luce diversa da tutte le altre luci, più simile a quella delle stelle che a quella dei lampadari nelle loro case. Non era il semplice riflesso di una luce esterna, ma il bagliore di una sorgente interna, che brillava perforando il tempo e tagliando lo spazio fino a lui. Se ne accorse osservando una donna annusare i fiori del suo giardino: tenendo tra le dita i petali colorati, inalava sorridendo il loro profumo, e alzando lo sguardo tra le varie costellazioni, innescava un’intima tempesta di lampi e fulmini. Sentimenti silenziosi che arrivavano a Damiano senza che battesse ciglio, senza lo stupore delle bocche aperte ma alimentando in lui una dimensione sconosciuta, percepita appena ma non compresa. Curiosamente morbosa – avrebbero detto gli umani.

La figlia Desirè leggeva libri di storie fantastiche sdraiata sul tappeto di casa e colorava disegni uscendo sempre dagli spazi stabiliti. Spiccava voli pindarici senza staccare i piedi da terra, e Damiano la vedeva volteggiare vertiginosamente fuori da ogni schema a lui noto. Anche la sua luce era così viva da non riuscire ad osservarla troppo a lungo, ma così intima da non poter fare a meno di conoscerla da più vicino.

***

Damiano aveva lasciato la sua galassia per atterrare sulla Terra e prendere il posto dell’uomo che viveva con Marta e Desirè. C’era una dimensione a lui ignota che doveva esplorare, non un concetto da analizzare, ma un’esperienza da vivere.

Ma con il tempo Marta aveva smesso di abbracciare Damiano di soppiatto, quando tornava dal lavoro. Si era chiusa a chiave nelle sue giornate grigie, anche se fuori brillava il sole ed i tulipani la chiamavano sbattendo le foglie. Dosava sempre più sguardi e parole, fino a zittirsi nel momento in cui anche lei disimparò l’arte dello stupore e delle bocche aperte. 

Damiano si era calato con gli anni nella parte del marito impeccabile e nel padre ideale, apprendendo tutti quegli atteggiamenti che, dal suo binocolo intergalattico, aveva osservato negli umani illuminati. Eppure qualcosa mancava, ed anche Desirè appassì tra le mura di casa, smettendo presto di volare oltre i confini dei suoi disegni, dai quali ormai non usciva più.

Dal bicchiere ormai arido di ghiaccio e tonica, Damiano vedeva ora chiaramente i due corpi stesi senza vita. Si alzò dal divano ed uscì in giardino, prese un tulipano e lo annusò guardando tra le stelle della sua galassia. Forse il segreto era tutto in quel profumo.

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