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Direzione propria

Direzione propria

Dondolano piano i carichi appesi alle gru, sospesi come il respiro degli aquilani la notte del 6 aprile 2009. É un abbraccio di impalcature quello che mantiene il paese sulle proprie gambe, schiacciando i denti stretti delle crepe che resistono al setaccio improvviso della Terra. Le gru sono dita che rimodellano piano un paese ripartito in silenzio, come il rumore del cemento che asciuga e sorregge. “L’Aquila tornerà a volare!” urla un muro di compensato che copre i brandelli di una casa con la stessa dignità dei suoi abitanti.
Lascio L’Aquila ma non le sensazioni che lei mi lascia, trascinandole con il gusto del peso fino a Campo Imperatore: 2100 tra metri dal mare e Santi chiamati a rapporto.

Insonnia, pedalata poco fluida e portapacchi che traballa. Ottimo, siamo pronti per il Gran Sasso. Percorrendo la Valle del Velino compare la scritta “DUX” sul Monte Ciano, benvenuto non gradito di un tempio dalla memoria radicata; storica e sportiva, fascista e ciclistica. Le valli del Gran Sasso ricordano vagamente quelle texane, i cavalli annusano l’aria trafitta dal profumo di arrosticini e nitriscono sospiri di sollievo.

La strada in salita urla “Forza Pantani!” e su per il tornante, “Forza Marco!”, altro tornante. Avanti così, nel tempio di un ciclismo dalle imprese eroiche, dove la neve era alta, la bandana gialla e l’orecchino quello del Pirata che, nel maggio di ventuno anni fa, assaltava e conquistava Campo Imperatore, la storia del ciclismo e la memoria di molti, per sempre.

Io azzanno il traguardo male, con la goffaggine della poca esperienza ed il peso di oltre 800 chilometri in uno zaino già stracolmo. Ma Dio se lo azzanno, affamato e senza mollare un giro – ‘affanculo l’estetica del ciclismo e i suoi completini – mastico ogni metro gustando il sudore salato che gronda dai capelli, a bocca aperta e con la voracità di un bacio bramato a lungo. Chiedo un ultimo sforzo – mentendo – alle mie gambe che rispondono con un principio di crampi; godo anche loro, soddisfazione fisica di questa personale piccola impresa. Taglio il traguardo in solitaria e in fuga da me stesso, unico concorrente in gara. Una signora applaude all’arrivo e le sorrido. L’applauso era per il nipote.

Taglio il traguardo in solitaria e in fuga da me stesso, unico concorrente in gara

Dormo poco e ad occhi aperti come fanno i pesci – quelli rossi, vista l’ormai perenne insolazione. Appena prima del sorgere dell’alba parto per il Corno Grande; le gambe dimenticano i chilometri e perdonano la bugia del giorno prima, riscoprendo con piacere un movimento antico e dimenticato: camminare. Il paesaggio é lunare, i passi quelli leggeri di Armstrong e la mia testa – non che ci fossero grandi pesi da tenere a terra – vola senza gravità. Dalla cima non serve strizzare gli occhi per guardare lontano. Chiudendoli per qualche secondo scorrono luoghi e chilometri: la prima giornata a Pavia e la sua ansia, i colli piacentini ed i campi di pomodoro, La Val di Taro con il suo profumo di porcino essicato, il passo della Cisa, il solleone sul Tirreno, Siena ed i suoi colli a vino, il Viterbese, la Tuscia e la Val d’Orcia, Roma e quindi su per Teramo, La Valle del Velino, L’Aquila, il Gran Sasso e l’ultimo passo lasciatomi alle spalle bruciate.

Nel posacenere bianco del Corno si spegne in un tramonto la sera, rigirando tra le cime la brasca del passato, soffiando verso il mare di domani.

Se é storia vera quella per cui chi dorme non piglia pesci, io sono Capian Findus. Ennesima notte insonne e direzione Adriatico, maledicendo l’illusione, dettata dall’inesperienza, che dai 2912 metri del Corno Grande sarebbe stata tutta discesa. Sono un
Magellano a pedali, che nel tentativo di trovare un varco per le Indie – o semplicemente Civitanova Marche, é uguale – circumnavigo il Gran Sasso. Come l’esploratore portoghese, anche io subisco l’ammutinamento dell’equipaggio quando le gambe non ne vogliono più sapere, costringendomi all’attracco d’emergenza a Bellante, paesino incastrato tra i colli teramani. Il mare lo vedremo domani, Pacifico o Adriatico che sia.

Rigirando tra le cime la brasca del passato, soffiando verso il mare di domani

Giù veloce quindi per la costa e subito su verso il Conero, che la discesa non ci piace ma guardare il mare dall’alto si. Ne ho ancora e quindi avanti oltre le più rosee aspettative fino a Senigallia e Pesaro. Cedo alla stanchezza e la sera immergo le gambe fumanti nell’Adriatico che ribolle come un geyser, raffreddando i 1261 chilometri e i 14 456 metri di dislivello cementati nelle gambe e nella testardaggine.

Sulla spiaggia rigiro tra le mani un frammento levigato di bottiglia – penso una Back’s. Lo lancio in mare facendolo volare sulla superficie dell’acqua una, due, tre, forse quattro volte, prima di affondare danzando. Chissà la storia di chi ha bevuto da quella bottiglia, chissà se dentro ci cercava la propria direzione. Non me ne voglia, ma io le ho dato la mia.

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Di cuore ringrazio Simbio e Rogersianamente per il lavoro che fanno e per aver supportato la mia idea malsana di attivismo. Entrambe rappresentano un modo di essere in cui credo e, per quel poco che posso, promuovo.
Grazie a Patagonia Milano per il supporto a me e alle associazioni ambientaliste attive sul territorio.
Un ringraziamento particolare a Roberto per aver condiviso con me la sua esperienza, oltre che per il supporto psico-tecno-ciclo logico prezioso.

Agli splendidi – splendidi – monumenti d’Italia ho preferito le bettole ed i bar dei paesini sparsi nel nulla o meglio, sparsi nel loro tutto. Chiedo scusa d’aver rubato dialoghi, sguardi e dinamiche personali seduto spalle al muro e birra in mano. Visto da fuori sarei potuto sembrare strano – non che pretenda di non sembrarlo – ma da loro ho nutrito la mia immaginazione e vissuto un’Italia autentica.

Direzione Libera ed il suo – parecchio – sudore  sono dedicati ad un’amica che vive ora la fatica della salita. Certo che, arrivata in cima, potrai gustarti il vento della discesa.

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