Direzione, non destinazione

C’è un gambero a pedali che corre giù per Colle, ripercorrendo a ritroso i primi passi sulla Via Francigena, da Canterbury a Laon, da Ontranto a Leuca. Nel mezzo, testa bassa e pedalare: si parte.

Non buco a Santa Maria Hoé come predetto; la giornata é quindi ormai tutta in discesa, come l’Adda, la Martesana ed il Naviglio Pavese. Un ragazzo in e-bike mi sorpassa e sussurra compiaciuto all’ e-compare di avere ancora il 70% di carica, ma io, che trasporto un pannello solare da 16W e mi sono perso nella Centrale di Trezzo, sono mille Volt più carico di loro.

Lungo l’Adda i pescatori d’acqua dolce hanno la pazienza del cavedano, che vive la direzione del fiume controcorrente, guardando al passato della sorgente e scodinzolando al futuro della foce. Senza battere ciglio, balla la sinuosa danza della diffidenza che lo salverà dall’amo travestito. Sogna una destinazione, vivendo la propria direzione.

Un saluto veloce alla Bella Madonnina, che rivedrò tra pochi giorni al passo della Cisa e ai ragazzi di Patagonia Milano. “Complimenti, tu sì che hai fiducia nel genere umano!” si rivolge a me un signore indicando la bici senza catena appoggiata al muro fuori dal negozio. Cosa sacrosanta, tanto più quando le chiavi del lucchetto sono rimaste parcheggiate nel cassetto di casa.

Sogna una destinazione, vivendo la propria direzione

Da Gorgonzola alla Certosa di Pavia il naviglio é una vena di colesterolo che taglia campi e prati come burro. Philadelphia non sembra però essere tra le prossime tappe. Milano ed il suo bosco verticale hanno risolto – a quanto pare – i problemi d’inquinamento della Pianura Padana e a sud lasciano spazio ad una Belgrado anni ’70, assetata di bombardamenti di cemento e Mostri Commerciali che divorano una campagna vera, faticosa, splendida.

A Pavia dormo da Anna, che si preoccupa della cena, mentre Concetta racconta di quanto le manchi Salerno e la costiera amalfitana. Sotto al portico, rammenda una borsa e rammenta del suo passato, entrambi scuciti e con il profumo di salsedine persi chissà dove.

Giù quindi per la bassa ed i colli piacentini, una varicella di chiese, sperduti monasteri romani, torri e archi dai mattoni rosso pomodoro come i quintali raccolti nei campi dai migranti nordafricani, tra frumento e girasoli con il torcicollo. Bedala amigo, bedala! – urla un ragazzo soffiandomi su per la Val Sporzana e poi giù spedito fino al Taro. Sudato come un lavarello, controcorrente come un cavedano.

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